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Carbone antirusso

Da Il Foglio, 20 giugno 2007

La Polonia privatizza il carbone per difendersi dall’invasione del gas russo. Il governo di Varsavia ha approvato un provvedimento che consentirà alle imprese minerarie pubbliche, che finora hanno operato in condizioni di monopolio, di quotarsi in borsa, con la possibilità per investitori stranieri di entrare nel capitale azionario. La mossa risponde all’esigenza di raccogliere le risorse necessarie ad affrontare gli investimenti (in tecnologia, ma non solo) che sono indispensabili per recuperare efficienza in un’attività strategica per il paese.

Con una produzione di 94 milioni di tonnellate nel 2006, la Polonia è il maggior produttore europeo di carbone. Il carbone soddisfa quasi il 60 per cento del suo consumo energetico primario (contro il 23 per cento del petrolio e il 13 per cento del gas), e addirittura il 90 per cento della generazione elettrica. Nonostante l’abbondanza di questa fonte – economica ma inquinante senza le nuove tecnologie – il paese soffre ancora dello shock post-comunista: il crollo produttivo (dal picco di 120 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio di fine anni Ottanta) si è arrestato solo di recente sulle ali della ripresa economica (7,4 per cento nel primo quadrimestre 2007).

Allo sviluppo, però, non basta il carbone: serve un settore energetico efficiente, e la Polonia non ce l’ha. Le riforme finora adottate, pur necessarie, non sono state sufficienti. L’alleanza tra l’industria (statale) e i sindacati del carbone ha impedito l’afflusso di soggetti privati nel settore. Non ha frenato una seria razionalizzazione: secondo il ministero dell’Economia polacco, il numero di lavoratori è sceso, nel giro di un decennio, da 430 mila a 118 mila. In pratica, il governo ha gradualmente eliminato le operazioni meno economiche e a più alta intensità di capitale, e chiuso le miniere meno produttive. La politica di tagli ha contribuito a far quadrare i conti, ma non ha favorito l’ammodernamento. Secondo Krzysztof Tchorzewski, viceministro dell’Economia con delega all’Industria, l’industria del carbone ha bisogno di investimenti per oltre 7 miliardi di euro. Ecco perchè privatizzare i colossi pubblici non basta: occorre anche aprire il settore alla concorrenza. Il primo passo sarà dunque l’avvio di joint venture con imprese straniere. L’interesse non manca: il gruppo olandese New World Resources, per esempio, è in trattativa con la compagnia pubblica polacca Jastrzebska Spolka Weglowa per lo sfruttamento di una miniera sul confine con la Repubblica Ceca, dove Nwr è già attiva.

La riforma del carbone avrà impatti significativi su almeno due piani. In primo luogo, l’economia polacca è relativamente integrata con quelle di altri paesi centreuropei, quali Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, anch’essi fortemente dipendenti dal carbone e riluttanti ad accrescere la loro dipendenza da Gazprom. L’efficientamento del settore carbonifero polacco è, in questo senso, essenziale. Secondariamente, dal carbone dipendono altri settori chiave dell’economia polacca, come quello siderurgico e soprattutto quello elettrico, anch’esso bisognoso di investimenti. L’invecchiamento delle centrali a carbone e l’imposizione degli standard ambientali europei crea un serio problema di ricambio degli impianti, a fronte di una domanda crescente. Una soluzione potrebbe essere quella di puntare sulla riconversione a gas, ma gli attriti, storici e politici, tra Mosca e Varsavia non sono facilmente superabili. Così, l’unica opzione pare essere quella dell’apertura agli investimenti esteri: compagnie come le tedesche Vattenfall e Rwe e la ceca Cez sono in movimento, e secondo alcuni osservatori l’Enel non starebbe a guardare, nel momento in cui si aprissero degli spiragli.

C’è, infine, l’incognita climatica. Nel breve termine non è un problema. L’arrivo di capitali freschi e tecnologie moderne, come il clean coal, può contribuire a contenere le emissioni: ma nel lungo termine, una pronunciata dipendenza dal carbone potrebbe farle aumentare, tanto più che anche il resto d’Europa potrebbe avvantaggiarsi degli aumenti della produzione. La Polonia è oggi al riparo dal rischio di infrangere i parametri di Kyoto: le emissioni polacche sono del 32 per cento inferiori ai livelli del 1990. La ragione è il brusco crollo produttivo seguito a quello del comunismo: da alcuni anni, però, anche in Polonia le emissioni hanno ripreso a crescere, trainate dalla crescita economica. La domanda, a Varsavia, è se sia più importante salvare il mondo dal riscaldamento nel 2100 o la Polonia dalla Russia nel prossimo quinquennio. I polacchi sembrano avere pochi dubbi.

Pubblicato il 20/6/2007 alle 15.39 nella rubrica Diario.

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