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30 giugno 2007

L'era del petrolio

Da Il Foglio, 30 giugno 2007

Raccontare la storia del mondo attraverso il petrolio: è l’ambiziosa scommessa di Leonardo Maugeri, direttore Strategie e sviluppo dell’Eni. Nel suo “L’era del petrolio. Mitologia, storia e futuro della più controversa risorsa del mondo”, comparso per la prima volta in edizione americana per i tipi di Praeger l’anno scorso, egli dimostra come sia stato l’oro nero ad alimentare lo straordinario sviluppo dell’ultimo secolo. L’autore fa vedere, anzitutto, che la ciclicità delle quotazioni del barile dipende da un andamento che si ripete nel tempo: quando i prezzi sono bassi, le imprese investono poco, e ciò riduce l’eccesso di offe4rta fino a determinare una fase di scarsità quando la domanda cresce. Ciò “non ha nulla a che fare con la scarsità fisica del petrolio, piuttosto con la prudenza finanziaria [delle compagnie] e con l’impossibilità di accedere alle riserve più vaste del mondo”, gelosamente custodite dai paesi produttori. Infatti, “pochi rammentano che le riserve virtualmente accessibili alle compagnie internazionali sono meno del 25 per cento del totale... Dagli anni Ottanta, i gruppi petroliferi privati ne controllano non più dell’8 per cento. Al tempo stesso, le nuove frontiere dell’esplorazione e dello sviluppo petrolifero rappresentano una sfida ambientale e tecnologica, e soprattutto costano”. Il che è evidentemente un problema quando i margini delle imprese sono ridotti: per questo il rincaro a cui si è assistito a partire dal cambio di millennio è figlio legittimo del “cheap oil” del decennio precedente. Naturalmente, la carenza di investimenti non determina di per sé la crisi, semplicemente fa sì che una serie di coincidenze sfortunate – magari singolarmente prevedibili – possa innescare una rapida involuzione. Così, negli anni precedenti alla più recente impennata dei prezzi è successo di tutto: la rapida crescita della domanda cinese, indiana e americana; i timori di nuovi attacchi terroristici, in particolare ai pozzi e alle altre infrastrutture, che vengono scontati nei prezzi; il collo di bottiglia nella fase della raffinazione, dovuto anche ma non solo all’inasprimento degli standard ambientali. Per Maugeri, “tutto questo ha spinto all’insù la domanda di greggi di elevata qualità, gonfiandone i prezzi rispetto a quelli degli oli pesanti e ad alto tenore di zolfo. Come risultato, mentre il Brent e il Wti scavalcavano la barriera dei sessanta dollari, circa il 50-60 per cento delle risorse disponibili restavano indietro”. In parte, grazie agli investimenti innescati dai grassi profitti e al rallentamento della domanda, molti di questi problemi sembrano essere, se non risolti, almeno tamponati. Eppure, la storia non finisce qui, e per quanto la comprensione del passato possa essere utile a diradare le nebbie, il futuro del petrolio è destinato a restare imperscrutabile.


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26 giugno 2007

Zoellick prova a risolvere due crisi, con l'incubo delle nomine

Da Il Foglio, 26 giugno 2007

Robert Zoellick è il nuovo capo della Banca Mondiale. I ventiquattro membri del board hanno approvato ieri il suo nome, proposto dal presidente americano George W. Bush senza che siano state avanzate candidatura alternative. Il compito di Zoellick non è semplice: egli dovrà, al tempo stesso, risolvere la crisi interna alla Banca – resa acuta dal suo predecessore Paul Wolfowitz, costretto ad abbandonare per aver aumentato lo stipendio a una dipendente con cui era sentimentalmente coinvolto – e quella esterna, di credibilità, che ha a che fare con gli insuccessi nella lotta alla povertà.

Che Zoellick possa essere l’uomo giusto lo dimostra l’assenza di contestazioni, se si escludono quelle di alcuni gruppi antiglobalizzazione che hanno criticato le sue posizioni a favore dei brevetti. Cinquantatre anni, Zoellick ha ricoperto vari incarichi di governo durante la seconda amministrazione Reagan e sotto il governo di Bush padre. Dopo la vittoria di Bill Clinton si è dedicato all’accademia e al mondo degli affari (in particolare nella veste di senior international advisor di Goldman Sachs), per tornare alla Casa Bianca nel 2001 come rappresentante per il Commercio. Da lì è stato il regista sia dell’adesione di Cina e Taiwan alla World Trade Organization, sia del lancio del Doha Round – il round negoziale sulla liberalizzazione degli scambi che oggi sembra giunto al collasso. Zoellick ha anche promosso la causa Wto contro la moratoria europea sugli organismi geneticamente modificati, per cui l’Ue è stata condannata. Dal 7 gennaio 2005 al 25 maggio 2006, Zoellick ha fatto il vicesegretario di Stato, concentrandosi soprattutto sui rapporti sino-americani ed essendo l’architetto del piano di pace per il Darfur. Infine, un anno fa ha rassegnato le dimissioni per divenire vicepresidente di Goldman Sachs, che naturalmente dovrà abbandonare per entrare alla Banca Mondiale.

Pur non essendo mai stato vicino a Wolfowitz e ai neoconservatori – ideologicamente, è un liberista reaganiano in economia e un realista in politica estera, della scuola di James Baker – Zoellick dovrà prestare particolare cautela al terreno minato delle nomine. Le sue prime dichiarazioni, formali e no, fanno non a caso riferimento all’esigenza di “moralizzare” la Banca. Quindi, è probabile che egli eviterà accuratamente collaboratori che abbiano avuto rapporti diretti con l’amministrazione Bush. Una proposta interessante è quella lanciata da Mark Davis dalle colonne della National Review: nominare l’economista peruviano Hernando De Soto capoeconomista. La tesi di De Soto è che, per svilupparsi, i paesi poveri debbano adottare istituzioni tali da far emergere tutte quelle proprietà e quegli scambi informali che avvengono quotidianamente. A causa di burocrazia e lungaggini amministrative, molte attività restano in una zona grigia economica, per cui non riescono a sprigionare il loro potenziale. Secondo i calcoli di De Soto, il “capitale morto” in asset formalmente privi di proprietario ammonta a quasi diecimila miliardi di dollari. Da qui la provocazione di privatizzare le favelas, parzialmente raccolta dal presidente brasiliano Lula.

Con o senza De Soto, Zoellick dovrà – e vuole – prendere di petto la questione della povertà. Per esempio, fino a dove proseguirà la battaglia di Wolfowitz contro la corruzione dei governi dei paesi poveri? Wolfowitz aveva fatto di questo il punto caratterizzante della sua presidenza, arrivando a tagliare i finanziamenti ai governi corrotti, una decisione che aveva destato vocianti proteste interne. Zoellick dovrà anche dare un nuovo senso all’azione della Banca, in un momento in cui il capitale finanziario abbonda e si riversa anche nei paesi meno sviluppati, se solo compaiono delle opportunità: quindi l’impatto dei prestiti della Banca Mondiale risulta meno visibile. Analogamente, dovrà decidere se concentrare le attività dell’istituto sui paesi a bassissimo reddito – come quelli africani – o mantenere aperte le linee di credito verso le economie emergenti, Cina in testa.


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20 giugno 2007

Carbone antirusso

Da Il Foglio, 20 giugno 2007

La Polonia privatizza il carbone per difendersi dall’invasione del gas russo. Il governo di Varsavia ha approvato un provvedimento che consentirà alle imprese minerarie pubbliche, che finora hanno operato in condizioni di monopolio, di quotarsi in borsa, con la possibilità per investitori stranieri di entrare nel capitale azionario. La mossa risponde all’esigenza di raccogliere le risorse necessarie ad affrontare gli investimenti (in tecnologia, ma non solo) che sono indispensabili per recuperare efficienza in un’attività strategica per il paese.

Con una produzione di 94 milioni di tonnellate nel 2006, la Polonia è il maggior produttore europeo di carbone. Il carbone soddisfa quasi il 60 per cento del suo consumo energetico primario (contro il 23 per cento del petrolio e il 13 per cento del gas), e addirittura il 90 per cento della generazione elettrica. Nonostante l’abbondanza di questa fonte – economica ma inquinante senza le nuove tecnologie – il paese soffre ancora dello shock post-comunista: il crollo produttivo (dal picco di 120 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio di fine anni Ottanta) si è arrestato solo di recente sulle ali della ripresa economica (7,4 per cento nel primo quadrimestre 2007).

Allo sviluppo, però, non basta il carbone: serve un settore energetico efficiente, e la Polonia non ce l’ha. Le riforme finora adottate, pur necessarie, non sono state sufficienti. L’alleanza tra l’industria (statale) e i sindacati del carbone ha impedito l’afflusso di soggetti privati nel settore. Non ha frenato una seria razionalizzazione: secondo il ministero dell’Economia polacco, il numero di lavoratori è sceso, nel giro di un decennio, da 430 mila a 118 mila. In pratica, il governo ha gradualmente eliminato le operazioni meno economiche e a più alta intensità di capitale, e chiuso le miniere meno produttive. La politica di tagli ha contribuito a far quadrare i conti, ma non ha favorito l’ammodernamento. Secondo Krzysztof Tchorzewski, viceministro dell’Economia con delega all’Industria, l’industria del carbone ha bisogno di investimenti per oltre 7 miliardi di euro. Ecco perchè privatizzare i colossi pubblici non basta: occorre anche aprire il settore alla concorrenza. Il primo passo sarà dunque l’avvio di joint venture con imprese straniere. L’interesse non manca: il gruppo olandese New World Resources, per esempio, è in trattativa con la compagnia pubblica polacca Jastrzebska Spolka Weglowa per lo sfruttamento di una miniera sul confine con la Repubblica Ceca, dove Nwr è già attiva.

La riforma del carbone avrà impatti significativi su almeno due piani. In primo luogo, l’economia polacca è relativamente integrata con quelle di altri paesi centreuropei, quali Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, anch’essi fortemente dipendenti dal carbone e riluttanti ad accrescere la loro dipendenza da Gazprom. L’efficientamento del settore carbonifero polacco è, in questo senso, essenziale. Secondariamente, dal carbone dipendono altri settori chiave dell’economia polacca, come quello siderurgico e soprattutto quello elettrico, anch’esso bisognoso di investimenti. L’invecchiamento delle centrali a carbone e l’imposizione degli standard ambientali europei crea un serio problema di ricambio degli impianti, a fronte di una domanda crescente. Una soluzione potrebbe essere quella di puntare sulla riconversione a gas, ma gli attriti, storici e politici, tra Mosca e Varsavia non sono facilmente superabili. Così, l’unica opzione pare essere quella dell’apertura agli investimenti esteri: compagnie come le tedesche Vattenfall e Rwe e la ceca Cez sono in movimento, e secondo alcuni osservatori l’Enel non starebbe a guardare, nel momento in cui si aprissero degli spiragli.

C’è, infine, l’incognita climatica. Nel breve termine non è un problema. L’arrivo di capitali freschi e tecnologie moderne, come il clean coal, può contribuire a contenere le emissioni: ma nel lungo termine, una pronunciata dipendenza dal carbone potrebbe farle aumentare, tanto più che anche il resto d’Europa potrebbe avvantaggiarsi degli aumenti della produzione. La Polonia è oggi al riparo dal rischio di infrangere i parametri di Kyoto: le emissioni polacche sono del 32 per cento inferiori ai livelli del 1990. La ragione è il brusco crollo produttivo seguito a quello del comunismo: da alcuni anni, però, anche in Polonia le emissioni hanno ripreso a crescere, trainate dalla crescita economica. La domanda, a Varsavia, è se sia più importante salvare il mondo dal riscaldamento nel 2100 o la Polonia dalla Russia nel prossimo quinquennio. I polacchi sembrano avere pochi dubbi.


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17 giugno 2007

Il sovversivo




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11 giugno 2007

GenoAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA



Genoa...
Genoa...
Genoa, Genoa, Genoa.

Coi pantaloni rossi e la maglietta blu
è il simbolo del Genoa:
la nostra gioventù.
In dieci o centomila
non puoi tenerli più
son sempre i più festosi i tifosi rossoblù:
Aprite le porte
oohhh oohhh il Grifone và.
Nessun aveersario oohhh oohhh
mai lo fermerà.
O donna prepara
oohhh oohhh per la mia bandiera.
Il nuovo scudetto
che il Genoa vincere dovrà.

Genoa...
Genoa...
Genoa, Genoa, Genoa

In cento e più trasferte
in auto, moto o treno
ti seguono fedeli
non puoi tenerli a freno.
Tornati a De Ferrari
ti fanno un carosello
che anche Garibaldi
si unisce al ritornello:
Aprite le porte
oohhh oohhh il Grifone và.
Nessun avversario oohhh oohhh
mai lo fermerà.
O donna prepara
oohhh oohhh per la mia bandiera.
Il nuovo scudetto
che il Genoa vincere dovrà.

Genoa...
Genoa...
Genoa, Genoa, Genoa.


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9 giugno 2007

Se i giornali sono morti, perché tutti li vogliono comprare?

Da Il Foglio, 8 giugno 2007

Se i giornali sono morti, perché tutti li vogliono comprare? Breve riassunto: Rupert Murdoch sta tentando di convincere i membri dissidenti della famiglia Bancroft a cedere il controllo su Dow Jones, l’editore del Wall Street Journal, con un argomento abbastanza persuasivo: un premio del 65 per cento sul valore delle azioni. A gennaio aveva messo gli occhi su Pearson, che ha in pancia il Financial Times e uno zampino nell’Economist. L’ex capo di General Electric Jack Weltch guarderebbe al Boston Globe mentre l’assicuratore Hank Greenberg strizza l’occhio al New York Times. L’immobiliarista Sam Zell ha comprato (attraverso un patto che coinvolge i dipendenti nell’azionariato) il gruppo Tribune, a cui fanno capo il Los Angeles Time e il Chicago Tribune; e già due altri miliardari californiani, Ron Burkle ed Eli Broad, punterebbero allo stesso obiettivo. David Bradley, proprietario di una fortunata impresa di consulenza, ha acquistato l’Atlantic Monthly da Mort Zuckerman, il quale si è consolato col Daily News e US News & World Report. Anche in Europa il settore è vitale: il gruppo di private equity Quadrangle starebbe per entrare in possesso di Maxim. E poi c’è la free press, la cui circolazione è cresciuta in un anno di circa il 60 per cento. La pubblicità online sui siti dei giornali cresce al tasso del 22 per cento, e rappresenta oggi il 7 per cento degli incassi contro il 5 per cento di un anno fa. In Francia le cose vanno male: Le Monde fa acqua, tanto che i giornalisti hanno cacciato il direttore Jean-Marie Colombani, e Libération si trova in una situazione disperata. Difficoltà di cui, tra gli altri, parrebbe voler approfittare Axel Springer, che in Germania pubblica il tabloid Bild.

Qualcuno giudica questi movimenti come la dimostrazione che il ciclo negativo è ormai prossimo al fondo, e quindi alla ripresa. Altri restano pessimisti: Lehman Brothers, per esempio, prevede un rischio di erosione del 20-25 per cento del valore delle azioni nei prossimi 12-18 mesi. L’Economist ha in qualche maniera dato l’endorsement a entrambe le posizioni. Il numero del 24 agosto 2006 si chiedeva, in copertina, “chi ha ucciso i giornali” – la risposta era internet. Ma più recentemente, il 3 aprile 2007, osservava che “se i giornali sono morti, i loro cadaveri sono stranamente popolari”. Il punto è che entrambe le tesi colgono solo una parte della realtà. E’ vero che i giornali stanno cambiando. La televisione prima, internet poi hanno sottratto alla carta stampata il monopolio dell’informazione. Quindi i giornali si devono reinventare nelle forme e nei contenuti.

Il maggior gruppo editoriale al mondo, Gannett, è convinto che la chiave del successo stia nelle news locali: milioni di siti raccontano dove sarà Britney Spears, ma pochi dicono cosa accade nel vostro quartiere. Altri puntano sulla specializzazione: “non è finita l’epoca del giornalismo professionale – ragiona una fonte interna al Wall Street Journal – ma quella del giornalismo generico. Dobbiamo essere sempre più attenti, precisi, e al tempo stesso comunicare con semplicità”. Il Wsj ha puntato sugli abbonamenti online fin dall’inizio. Molti altri – come il New York Times – hanno preferito mettere in rete tutto, subito e gratis: “adesso sarà difficile convincere i lettori a pagare per visitare il sito, e quindi trovare entrate diverse da quelle pubblicitarie”. Un problema serio: un lettore online vale molto meno di un lettore fisico – le stime variano molto: da un decimo a un centesimo – ma, se la scommessa è l’abbandono della carta, la prospettiva è di tagliare i costi del 50 per cento.

Non è neppure detto che la carta stampata sia condannata a sparire. Da un lato, leggere qualcosa di stampato resta radicalmente diverso, spesso più facile, che seguire un testo su video. Dall’altro, possedere un giornale implica spesso un coinvolgimento quasi sentimentale. L’antico adagio per cui ci sono due tipi di editori – quelli che hanno un giornale per fare soldi e quelli che fanno soldi per avere un giornale – è stato così riformulato da Warren Buffett: “è probabile che vedremo sempre più emergere compratori di giornali individuali e non economici, del tipo che abbiamo visto acquistare le squadre sportive”. Mecenati e vanitosi, dunque, e non più imprenditori? Forse. Pareva pensarla così lo stesso Murdoch, che un tempo definiva il settore “un fiume d’oro” e un anno fa chiosava: “qualche volta i fiumi si prosciugano”. Poi però ha messo sul piatto un rivolo da 5 miliardi per il Wall Street Journal.


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7 giugno 2007

Bravo Bush, Kyoto è una schifezza

Da Libero, 7 giugno 2007

La riunione tedesca del G8, che ieri ha preso il via a Heiligendamm, non si concluderà con un accordo sul clima. Lo ha reso noto Jim Connaughton, capo del Consiglio sulla qualità ambientale della Casa Bianca: “non abbiamo trattato con Cina, India, Brasile, Messico, Sud Africa. Non abbiamo trattato con Australia, Corea del Sud e con un numero di altri paesi responsabili di grandi emissioni e quindi fino a quando non li avremo tutti nella stessa stanza e d’accordo non potremo fissare un obiettivo comune sulla materia”. La colazione di lavoro tra Angela Merkel e George W. Bush, pur cordiale, non ha smosso il presidente americano. Né poteva farlo. Perché la posizione di Washington è di apertura, ma non prevede passi indietro. Oggi Bush è interessato a trattare sulla riduzione delle emissioni, ma non è disposto ad accettare la logica del protocollo di Kyoto, che ruota attorno alla definizione di obiettivi vincolanti di breve termine a livello internazionale. Sebbene con sfumature diverse, anche i democratici sono allineati. Durante la campagna elettorale del 2004, lo sfidante John Kerry disse esplicitamente che “Kyoto non può essere la soluzione”. Gli americani vogliono infatti tenere le mani libere – cioè riservare la decisione dei target al livello nazionale – e soprattutto intendono promuovere un approccio che guardi all’innovazione e al trasferimento tecnologico nel mondo in via di sviluppo, che sarà responsabile della crescita delle emissioni nei prossimi decenni. Quindi una richiesta non negoziabile, da parte loro, è l’individuazione di luoghi di trattativa che siano inclusivi. Al contrario Kyoto rappresenta il tentativo di un club di paesi sviluppati di procedere per strappi verso il traguardo, forse utopistico, di un’economia carbon-free. Per la stessa ragione, Bush rifiuta l’impegno europeo a contenere l’aumento delle temperature entro la soglia dei 2 gradi centigradi: poiché la scienza del clima è materia complessa, egli ragiona, e non sappiamo con precisione quali effetti produrranno i nostri sforzi, non possiamo rischiare di guardare a una meta irraggiungibile.

Per queste ragioni il mancato raggiungimento di un accordo è soprattutto un fallimento europeo. A causa delle difficoltà interne e delle pressioni che arrivano da un Congresso a maggioranza democratica (che mal sopporta, ma non può trascurare, la crescente popolarità dell’ultra-ecologista Al Gore) gli Usa questa volta erano più che mai determinati a portare a casa dei risultati, e non di facciata. Del resto, è stata Washington stessa a inaugurare, con la Asia-Pacific Partnership, un tentativo di confrontarsi con quella parte di mondo, India e Cina su tutti, che non ha obblighi sotto Kyoto ma il cui peso, in termini di quota delle emissioni globali, non può più essere trascurato. Apparentemente le probabilità di un accordo, alla vigilia, erano buone: Bush coltiva ottimi rapporti sia con la Merkel che col presidente francese Nicolas Sarkozy. E’ difficile dire cosa non abbia funzionato – forse la Merkel aveva puntato troppo in alto, forse l’Ue nel suo complesso sperava in una vittoria per Ko contro l’alleato-nemico americano. Quel che è certo è che l’unilateralismo europeo ha distrutto non tanto la possibilità di apporre delle firme sotto un nuovo trattato internazionale: piuttosto, l’opportunità di far qualcosa. Evidentemente gli europei, pur di non ammettere che quella di Kyoto è una strategia perdente, sono disposti a sacrificare la salvezza del mondo. Forse, alla balla dell’apocalisse non ci credono neppure loro.


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6 giugno 2007

Bush salva Kyoto e gioca di sponda con la "rupture" verde di Sarkozy

Da Il Foglio, 6 giugno 2007

La determinazione di Angela Merkel a mettere la questione climatica al centro del vertice G8 che inizia oggi a Heiligendamm ha determinato un riposizionamento dei principali attori. In particolare, il presidente americano George W. Bush, a lungo considerato il grande nemico di Kyoto, ha assunto una posa più dialogante. La svolta, accolta inizialmente con scetticismo dagli europei, è un importante segnale di apertura, tanto che il ministro britannico per l’Ambiente David Miliband ha affidato al Financial Times di lunedì scorso la convinzione che questo rappresenti l’avvio di una discussione “urgente e dettagliata”. Lo stesso Romano Prodi è intervenuto sul tema, ribadendo la preferenza europea per l’adozione di “decisioni vincolanti di natura quantitativa”. Ma la vera sponda europea di Washington è il neopresidente francese Nicolas Sarkozy, non solo per la sua dichiarata fedeltà alla linea atlantica, ma anche perché la strategia ambientale di Parigi passa per la valorizzazione dell’energia nucleare: una tecnologia guardata con fastidio dagli europei, esorcizzata dagli ambientalisti, caratterizzata però dall’assenza di emissioni di gas serra e assai gradita a Bush, che sulla promozione dell’atomo ha imperniato per esempio l’alleanza con l’India.

Gli sherpa sono al lavoro per trovare una quadra tra le disponibilità offerte dagli americani e le richieste degli europei, senza contare l’incognita russa (Mosca ha ratificato Kyoto, ma molti nutrono dubbi sull’intenzione del Cremlino di rispettare il trattato quando le emissioni, in aumento per effetto della crescita economica, supereranno il tetto imposto al paese). Il successo del negoziato, oggi, dipende largamente dalla flessibilità con cui l’Unione Europea saprà affrontare la questione. In altre parole dipendono dalla capacità di Bruxelles – e di Berlino in particolare – di comprendere quel che un presidente americano può o non può concedere.

Punto primo: retorica a parte, Bush non è più ostile a Kyoto di quanto non sia stato il ticket Bill Clinton – Al Gore. Il presidente avrebbe potuto ritirare la firma al trattato, concessa dal suo predecessore, e non l’ha fatto; avrebbe potuto inviare il protocollo al Senato per la ratifica e non l’ha fatto, come non l’aveva fatto Clinton. Perché? Perché egli sa, come lo sapevano Clinton e Gore, che il Senato non avrebbe mai dato il suo assenso. Il 25 luglio 1997 (prima che Kyoto venisse formalizzato) l’aula si era schierata all’unanimità (compresi i democratici) contro l’adozione di trattati internazionali tali da comportare significativi impatti sull’economia americana e che non prevedessero impegni altrettanto vincolanti per i paesi in via di sviluppo. Sebbene la geografia politica del Senato sia da allora cambiata, è improbabile che il risultato di un eventuale voto sarebbe diverso. Da un certo punto di vista, si può affermare che, non facendolo affossare dal Senato, Bush abbia salvato Kyoto. La Costituzione americana lascia al presidente la possibilità di porre il veto sui trattati internazionali approvati dal Senato, ma Bush non ha mai fatto alcun cenno a tale opportunità.

Punto secondo: sia i repubblicani sia i democratici sono sensibili a tre questioni. Una è il coinvolgimento delle economie emergenti, India e Cina in testa, negli sforzi di riduzione delle emissioni di gas serra. La seconda riguarda la scelta dell’anno di riferimento – 1990 – considerato troppo favorevole all’Europa: qualunque anno successivo (come il 1997, quando Kyoto venne definito, il 2000, o il 2007) produrrebbe una redistribuzione ben diversa dei costi, in quanto l’Ue non potrebbe avvantaggiarsi delle massicce riduzioni di emissioni dovute all’unificazione della Germania e allo spostamento della Gran Bretagna dal carbone al gas naturale, avvenute a ridosso del 1990. La terza e più importante è l’allergia agli obiettivi vincolanti. Nel sistema legale americano, i trattati internazionali, una volta ratificati, hanno lo stesso valore delle leggi nazionali. Questo significa che non possono essere ignorati o stiracchiati, come sta avvenendo in Europa con Kyoto: se ciò accade, chiunque può chiedere a un tribunale di correggere la rotta del governo. Qualcosa di simile è accaduto recentemente, con la condanna, da parte della Corte suprema, del rifiuto dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente di regolamentare le emissioni di CO2 (in assenza di ratifica di Kyoto, peraltro). Un tribunale potrebbe quindi costringere l’amministrazione a rispettare i termini del trattato o assumendo impegni precisi, oppure promulgando nuove regolamentazioni, le quali potrebbero poi essere utilizzate contro le imprese. E’ evidente che questa condizione darebbe un’arma potentissima ai gruppi di pressione, e metterebbe una bomba a orologeria nella Casa Bianca, chiunque ne sia l’inquilino.

Punto terzo: “negli Stati Uniti c’è un crescente interesse e una crescente preoccupazione ma nessuna possibilità di aderire a Kyoto. La parola stessa è radioattiva”: lo ha detto alla Reuters Stuart Eizenstat, già caponegoziatore di Clinton sul trattato sul clima. Aggiungendo: “col cambio di maggioranza al Congresso avremo una potenziale maggiore attenzione ma nessuna legge. La dinamica non è cambiata”. E’ in questo contesto che vanno lette le concessioni americane. Un documento riservato trasmesso la settimana scorsa dai negoziatori ai loro colleghi europei, a cui il Foglio ha avuto accesso, sembrava cedere sul luogo della negoziazione, lasciando la porta aperta alle Nazioni Unite: ma era categorico nel niet alla fissazione di obiettivi di breve termine (non prima del 2018) e nel mantenere la determinazione dei target al livello nazionale, mentre all’Onu potrebbe spettare il compito di vigilare sul loro rispetto e sull’applicazione di strumenti idonei a raggiungerli. La posizione americana, insomma, sembra essersi molto ammorbidita nei toni, ma nella sostanza resta ostile alla logica kyotista – “targets & timetables” – e, rispetto alla visuale europea, presta maggiore attenzione alle dinamiche (come l’innovazione e il trasferimento tecnologico) che agli aspetti statici (le emissioni hic et nunc).

Bush ha oggi l’esigenza di trovare almeno un tema su cui ricuperare popolarità in chiusura del suo mandato, e la politica climatica sembra prestarsi, tanto più che il pressing democratico dal Congresso è forte. Anche l’Europa deve trovare una way out, per scongiurare il rischio di arrivare all’appuntamento del 2012 senza aver saputo costruire nulla di nuovo e avendo pure mancato i suoi obiettivi. Non è detto che l’evoluzione post-Kyoto si materializzerà proprio a questo G8, ma questa volta entrambe le parti hanno tutto l’interesse a non far fallire la trattativa.




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6 giugno 2007

Perché la fusione tra Milano e Brescia è da manuale (Cencelli)

Da Il Foglio, 6 giugno 2007

La fusione tra la municipalizzata milanese Aem e quella bresciana Asm, deliberata lunedì dai rispettivi consigli di amministrazione, arriva a ridosso della piena liberalizzazione del settore elettrico, che entrerà in vigore il 1 luglio con la possibilità per tutti di cambiare compagnia elettrica. Il nuovo gruppo, che si chiamerà Asem, avrà una capitalizzazione di 8,8 miliardi di euro, che ne fanno la terza compagnia italiana del settore (dopo Enel, 53 miliardi, ed Edison, 11). La soddisfazione bipartisan – messaggi positivi sono arrivati tanto da Romano Prodi quanto da Silvio Berlusconi – riflette il metodo seguito durante la travagliata trattativa, che ha visto tra la polista Letizia Moratti e l’ulivista Paolo Corsini – azionisti di maggioranza delle due aziende in quanto sindaci delle rispettive città – parallela a quella tra i capi delle due aziende, Giuliano Zuccoli e Renzo Capra. In prima pagina sul Sole 24 Ore di ieri, Franco Locatelli ha definito la fusione “un modello per le utility di tutto il Nord”, suscitando qualche perplessità tra quanti, dentro Confindustria, hanno preso sul serio la battaglia contro il socialismo municipale.

Sul piano industriale, la fusione può presentare qualche sinergia. In pratica, però, quello che avviene è il reciproco consolidamento di due monopoli locali. Significativi gli effetti anche sul piano delle partecipazioni. Attraverso Asm, Asem controllerà il 20 per cento di Endesa Italia che, in base agli accordi, dovrebbe essere ceduto in cambio di asset fisici (che però non sono stati identificati o quantificati, creando un primo elemento di incertezza). Aem porta in dote il 51 per cento di Delmi, che ha in pancia il 50 per cento della società Transalpina di Energia la quale a sua volta detiene il 63,3 per cento di Edison. Il restante 50 per cento di Transalpina appartiene al monopolista francese Edf, che possiede direttamente anche un pacchetto del 15 per cento di Edison. La partnership con Edf è puramente finanziaria e contribuisce in maniera importante al valore di Aem. Inoltre la sua natura non è stata chiarita nell’ambito della trattativa per la fusione tra le due municipalizzate: verrà mantenuta? Si procederà a uno spinoff di impianti contro azioni, come con Endesa Italia? L’assenza di una risposta è un secondo elemento di incertezza, che intorbidisce il rapporto tra le due imprese in via di fusione e tra ciascuna di esse e i rispettivi azionisti. Questa incertezza relativa al futuro industriale del gruppo è ulteriormente aggravata dal modello di governance.

Infatti, la bipartisanship dell’operazione si manifesta anche nella scelta di un modello di governance duale, in virtù del quale a un consiglio di sorveglianza di 15 membri (6 nominati da Milano e 6 da Brescia, con gli altri tre lasciati alle liste di minoranza) si affiancherà un consiglio di gestione di 8 persone, nominate dal consiglio di sorveglianza. E’ probabile, quindi, che anche nel consiglio di gestione si riproducano gli stessi equilibri politici e geografici. Due saranno i direttori generali e paritaria la quota di competenza dei comuni, che avranno il 27,5 per cento a testa (quindi il 55 per cento del gruppo sarà pubblico). Essi manterranno “identici ruoli e identici poteri” anche se la quota milanese dovesse diluirsi a causa della trasformazione in azioni Aem del prestito obbligazionario convertibile. Secondo alcuni osservatori, quella che nascerà è una compagnia acefala, senza una precisa direttrice di crescita industriale e per giunta gestita secondo un sistema che fonti vicine ad Asm giudicano “una soluzione da manuale Cencelli per salvare Aem”. La stessa fonte parla di un rischio di paralisi decisionale, anche perchè la struttura di governo sarebbe “troppo politicizzata”.




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6 giugno 2007

Forza Zoellick

Robert Zoellick, indicato da George Bush come successore di Paul Wolfowitz alla Banca Mondiale, è sotto attacco da parte delle organizzazioni noglobal. Buon segno. Me ne occupo sull'Occidentale.




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Libertà è dovunque vive un uomo che si sente libero
. Libertà significa coscienza della propria personalità e dei propri doveri: ciò non può piacere al vile che ha il terrore d’assumersi delle responsabilità e di agire in modo consono alla propria personalità. Libertà significa lotta, fede, sacrifici, fatica, studio, lavoro illuminato dall’intelligenza e da un fine: ciò non può piacere all’inetto. Libertà significa rispetto di sé, degli altri e delle leggi basilari che regolano il vivere secondo Dio e secondo la civiltà. Ciò non può piacere al vile che desidera soltanto sottrarsi al dominio della sua coscienza personale per adeguarsi alla coscienza collettiva. Amerai il prossimo tuo come te stesso: se questa è la regola, è dovere di ognuno amare se stesso. Non si deve disprezzare il dono meraviglioso che Dio ci ha dato: Egli ci ha dato una personalità e una coscienza alle quali non dovremo rinunciare. Sul letto di morte, ci troveremo soli a rispondere a Dio delle nostre azioni.