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26 giugno 2007

Zoellick prova a risolvere due crisi, con l'incubo delle nomine

Da Il Foglio, 26 giugno 2007

Robert Zoellick è il nuovo capo della Banca Mondiale. I ventiquattro membri del board hanno approvato ieri il suo nome, proposto dal presidente americano George W. Bush senza che siano state avanzate candidatura alternative. Il compito di Zoellick non è semplice: egli dovrà, al tempo stesso, risolvere la crisi interna alla Banca – resa acuta dal suo predecessore Paul Wolfowitz, costretto ad abbandonare per aver aumentato lo stipendio a una dipendente con cui era sentimentalmente coinvolto – e quella esterna, di credibilità, che ha a che fare con gli insuccessi nella lotta alla povertà.

Che Zoellick possa essere l’uomo giusto lo dimostra l’assenza di contestazioni, se si escludono quelle di alcuni gruppi antiglobalizzazione che hanno criticato le sue posizioni a favore dei brevetti. Cinquantatre anni, Zoellick ha ricoperto vari incarichi di governo durante la seconda amministrazione Reagan e sotto il governo di Bush padre. Dopo la vittoria di Bill Clinton si è dedicato all’accademia e al mondo degli affari (in particolare nella veste di senior international advisor di Goldman Sachs), per tornare alla Casa Bianca nel 2001 come rappresentante per il Commercio. Da lì è stato il regista sia dell’adesione di Cina e Taiwan alla World Trade Organization, sia del lancio del Doha Round – il round negoziale sulla liberalizzazione degli scambi che oggi sembra giunto al collasso. Zoellick ha anche promosso la causa Wto contro la moratoria europea sugli organismi geneticamente modificati, per cui l’Ue è stata condannata. Dal 7 gennaio 2005 al 25 maggio 2006, Zoellick ha fatto il vicesegretario di Stato, concentrandosi soprattutto sui rapporti sino-americani ed essendo l’architetto del piano di pace per il Darfur. Infine, un anno fa ha rassegnato le dimissioni per divenire vicepresidente di Goldman Sachs, che naturalmente dovrà abbandonare per entrare alla Banca Mondiale.

Pur non essendo mai stato vicino a Wolfowitz e ai neoconservatori – ideologicamente, è un liberista reaganiano in economia e un realista in politica estera, della scuola di James Baker – Zoellick dovrà prestare particolare cautela al terreno minato delle nomine. Le sue prime dichiarazioni, formali e no, fanno non a caso riferimento all’esigenza di “moralizzare” la Banca. Quindi, è probabile che egli eviterà accuratamente collaboratori che abbiano avuto rapporti diretti con l’amministrazione Bush. Una proposta interessante è quella lanciata da Mark Davis dalle colonne della National Review: nominare l’economista peruviano Hernando De Soto capoeconomista. La tesi di De Soto è che, per svilupparsi, i paesi poveri debbano adottare istituzioni tali da far emergere tutte quelle proprietà e quegli scambi informali che avvengono quotidianamente. A causa di burocrazia e lungaggini amministrative, molte attività restano in una zona grigia economica, per cui non riescono a sprigionare il loro potenziale. Secondo i calcoli di De Soto, il “capitale morto” in asset formalmente privi di proprietario ammonta a quasi diecimila miliardi di dollari. Da qui la provocazione di privatizzare le favelas, parzialmente raccolta dal presidente brasiliano Lula.

Con o senza De Soto, Zoellick dovrà – e vuole – prendere di petto la questione della povertà. Per esempio, fino a dove proseguirà la battaglia di Wolfowitz contro la corruzione dei governi dei paesi poveri? Wolfowitz aveva fatto di questo il punto caratterizzante della sua presidenza, arrivando a tagliare i finanziamenti ai governi corrotti, una decisione che aveva destato vocianti proteste interne. Zoellick dovrà anche dare un nuovo senso all’azione della Banca, in un momento in cui il capitale finanziario abbonda e si riversa anche nei paesi meno sviluppati, se solo compaiono delle opportunità: quindi l’impatto dei prestiti della Banca Mondiale risulta meno visibile. Analogamente, dovrà decidere se concentrare le attività dell’istituto sui paesi a bassissimo reddito – come quelli africani – o mantenere aperte le linee di credito verso le economie emergenti, Cina in testa.


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permalink | inviato da happytrails il 26/6/2007 alle 16:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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Libertà è dovunque vive un uomo che si sente libero
. Libertà significa coscienza della propria personalità e dei propri doveri: ciò non può piacere al vile che ha il terrore d’assumersi delle responsabilità e di agire in modo consono alla propria personalità. Libertà significa lotta, fede, sacrifici, fatica, studio, lavoro illuminato dall’intelligenza e da un fine: ciò non può piacere all’inetto. Libertà significa rispetto di sé, degli altri e delle leggi basilari che regolano il vivere secondo Dio e secondo la civiltà. Ciò non può piacere al vile che desidera soltanto sottrarsi al dominio della sua coscienza personale per adeguarsi alla coscienza collettiva. Amerai il prossimo tuo come te stesso: se questa è la regola, è dovere di ognuno amare se stesso. Non si deve disprezzare il dono meraviglioso che Dio ci ha dato: Egli ci ha dato una personalità e una coscienza alle quali non dovremo rinunciare. Sul letto di morte, ci troveremo soli a rispondere a Dio delle nostre azioni.