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23 luglio 2007

Eutanasia di un blog

Cari Amici,

Credo sia giunto il momento, per questo blog, di chiudere i battenti. L'avevo aperto per poter avere uno spazio informale dove postare pensieri e idee. Oggi l'Istituto Bruno Leoni ha lanciato due blog tematici, Liberalizzazioni e Realismo Energetico, dove posso fare lo stesso. Non ha senso creare doppioni né fare di Happy Trails - come è stato nelle ultime settimane - un blog trascurato. Preferisco dunque fermare qui gli aggiornamenti, nella speranza che gli amici che ho potuto conoscere su Happy Trails continueranno a seguire l'IBL e le sue attività, anche sui due nuovi blog (a cui spero ne aggiungeremo altri, in futuro).

Vi ringrazio di aver contribuito, coi vostri commenti e le vostre osservazioni, a migliorare questo blog e spero farete lo stesso su Liberalizzazioni e Realismo Energetico.

Nella speranza di rivedervi presto, vi saluto con le stesse parole con cui vi avevo dato il benvenuto: happy trails, buon viaggio!




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15 luglio 2007

Ricevo e volentieri pubblico

 "Political Correctness is a doctrine fostered by a delusional, illogical,
silly minority, and rabidly promoted by an unscrupulous mainstream media,
which holds forth the proposition that it is entirely possible to pick up a
turd by the clean end."




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13 luglio 2007

Liberalizzazioni: cosa resta da fare?




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7 luglio 2007

Ciclone Sarkozy: prepara un'alleanza per il gas sahariano

Da Il Foglio, 7 luglio 2007

La Francia e l’Algeria tornano assieme nel nome del gas. Secondo voci sempre più insistenti, il presidente Nicolas Sarkozy starebbe premendo per un’alleanza tra il monopolista francese Gaz de France (Gdf) e quello algerino Sonatrach, che potrebbe andare da forme di partnership commerciali o industriali a un ingresso di Sonatrach nel capitale di Gdf (che oggi è all’80 per cento del governo di Parigi). Obiettivo della trattativa, in questa fase, sarebbe elaborare una possibile piattaforma d’intesa, di cui Sarkozy discuterebbe col presidente algerino Abdelaziz Bouteflika in una tappa del suo viaggio nordafricano per promuovere l’Unione mediterranea.

L’intensificazione dei rapporti con gli algerini risponde a diverse esigenze. La prima è quella di garantire alla Francia una più solida sicurezza degli approvvigionamenti, tema particolarmente sentito in un paese che vede nell’energia un settore strategico. Il gas non è, in Francia, importante come in Italia, perché è quasi assente nella generazione elettrica (per i francesi elettricità è sinonimo di nucleare). Ciò nonostante, il fabbisogno, in aumento, è di quasi 48 miliardi di metri cubi. Il mix di importazione per ora è abbastanza bilanciato – 13 miliardi di metri cubi arrivano dalla Norvegia, 10 dalla Russia, 9 dall’Olanda, 7 dall’Algeria, il resto da altri produttori – ma accrescere la dipendenza dall’estero urta la sensibilità francese. Il ragionamento di Sarko è: dovendolo fare, meglio puntare su un paese che ha tradizionalmente legami forti con la Francia e, possibilmente, ritagliarsi un ruolo nel processo. Tanto più che Gdf dovrà ridurre la sua quota di mercato (oggi del 79 per cento) sia per la liberalizzazione del mercato domestico, sia perché le pressioni in questo senso da Bruxelles si fanno sempre più pesanti. L’operazione è conveniente anche per gli algerini, che hanno fatto una scelta di relativa apertura alle compagnie straniere, per poter sfruttare meglio le risorse di cui dispongono. I francesi sono già ben piazzati con Total, che però non è controllata dal governo. Dal punto di vista di Algeri, poi, stringere i collegamenti con la Francia vuol dire anche guadagnare spazio su un mercato robusto, liquido e in crescita.

Se quindi ci sono buone probabilità di arrivare a un accordo, non si tratta però di una prospettiva di breve termine – anzi, quando la voce aveva iniziato a circolare, Sonatrach l’aveva smentita (Gdf non aveva commentato). Inoltre, ed è importante, gli osservatori ritengono che l’intesa non sarebbe di ostacolo alla fusione tra Gdf e Suez, un’operazione che peraltro sta subendo ritardi per le difficoltà nella determinazione del concambio. Il fatto è che Gdf capitalizza circa 37,5 miliardi di euro, Suez 54,5: ed è scontro tra le parti in campo sul modo per raggiungere il pareggio e, contemporaneamente, mantenere la quota governativa del nuovo gruppo al di sopra del 34 per cento, livello minimo concesso dalla legge. Il rebus deve trovare una soluzione, perché i mercati cominciano a spazientirsi (si dice che la tedesca E.On stia seguendo la vicenda con rapace attenzione). Intanto, un altro sogno proibito ha cominciato a materializzarsi. Pierre Gadonneix, capo del monopolista elettrico Edf, ha ventilato, pour parler, un megamerger tra la sua azienda e Gdf-Suez. Un’operazione del genere dovrebbe superare una montagna di ostacoli (difficilmente la Commissione europea starebbe con le mani in mano) ma il mostro che si staglia all’orizzonte è una tentazione bella e terribile, come l’Anello per Frodo: Edf-Gdf-Suez-Sonatrach.


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6 luglio 2007

Botte da Ortis per Eni ed Edison

Da Il Foglio, 6 luglio 2007

Alessandro Ortis, presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, nella relazione annuale tenuta ieri ha sferrato un violento attacco contro l’Eni. Ortis ha lamentato i ritardi del nostro paese nella separazione proprietaria di Snam Rete Gas e Stogit (le due società che gestiscono la distribuzione e gli stoccaggi di gas) dall’Eni, la cui difesa è invece per Paolo Scaroni una sorta di linea del Piave. Per Ortis l’integrazione europea nel settore energetico è in ritardo. Oltre a un affondo all’incapacità europea di sviluppare una “single voice” sui temi dell’energia, Ortis non ha concesso neppure un millimetro all’Eni. Nemmeno quando ha trattato l’urgenza, per il nostro paese, di sviluppare nuove infrastrutture di adduzione di gas (rigassificatori e gasdotti): “Il recente accordo tra Eni e Gazprom – ha detto, riferendosi al nuovo gasdotto che tutti hanno salutato come un fattore di maggiore sicurezza degli approvvigionamenti – può essere un apprezzabile contributo alla sicurezza, a condizione che non sia motivo di ostacolo per i progetti degli altri operatori, la diversificazione degli approvvigionamenti e la concorrenza”. Tradotto: l’Eni faccia pure il tubo, ma sappia che la sua quota di mercato è già troppo alta e che quindi dovrà ridurla se vorrà importare in Italia anche un solo metro cubo di gas in più.

Sull’elettricità, l’argomento principale è stato la liberalizzazione del mercato domestico in vigore dal primo luglio, che in teoria sarebbe per milioni di consumatori una rivoluzione, ma in pratica richiede anche attenzione, soprattutto nella fase di transizione. A questo fine il Garante ha adottato il cosiddetto “pacchetto primo luglio” che contiene varie misure tese a migliorare la trasparenza, la tutela del consumatore, e l’informazione a sua disposizione. La misura più controversa è la tariffa di riferimento, studiata dall’Autorità per offrire al consumatore un parametro per valutare le offerte dei diversi fornitori, ma criticata da alcuni come una sorta di controllo dei prezzi mascherato.

Quanto al livello dei prezzi, Ortis ha ricordato che, mentre i clienti domestici pagano meno della media europea se sono piccoli consumatori e di più se consumano molto, i consumatori industriali “risultano penalizzati rispetto a tutte le tipologie di consumo”. Perché? L’analisi del presidente dell’Autorità si concentra sulla struttura della tariffa. Al netto della componente fiscale, essa è divisa in tre parti. Su quella industriale “rimangono forti le differenze coi principali paesi europei” e “a tali differenze concorrono in misura crescente gli oneri imposti ai produttori in materia di fonti rinnovabili ed emission trading”, pari oggi a circa un euro per megawattora e destinati a crescere fino a circa 5 (il 7 per cento del prezzo medio all’ingrosso). La seconda riguarda i cosiddetti oneri di sistema, il 13 per cento del prezzo medio finale per le famiglie, cioè i costi non recuperabili e le spese per le rinnovabili. Per esempio ancora si scontano i ritardi nel decommissioning nucleare (attività che, secondo Ortis, fortunatamente sotto la nuova gestione di Sogin, guidata da Massimo Romano, “sembra avviata a una maggiore coerenza con gli obiettivi delle norme”) e il vecchio meccanismo di incentivazione delle energie verdi, il Cip6. L’Autorità ha tentato una riforma che farebbe risparmiare ai consumatori cinque miliardi di euro da qui al 2020, ma è stata fermata dal Tar Lombardia. Ortis ha annunciato il ricorso al Consiglio di stato, ma ha anche chiesto alla Camera di approvare una mozione (come ha già fatto il Senato), che impegna il governo a sostenere la posizione dell’Autorità. Principale vittima del provvedimento sarebbe Edison, che agli impianti Cip6 deve una parte importante dei suoi utili, mentre l’Enel ne sarebbe relativamente poco colpita. Il gruppo guidato da Fulvio Conti ha oggi incassato anche il via libera della Commissione europea alla fusione con Endesa, promossa con riserva anche da Ortis, secondo il quale l’Enel fa bene a crescere all’estero, ma in Italia non c’è più spazio per far crescere la sua quota.


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4 luglio 2007

E' l'ora di Decidere

E' nato decidere.net, il network promosso da Daniele Capezzone. I 13 punti del programma sono belli, tosti e liberisti. Che sia la volta buona?


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3 luglio 2007

Non ho il motorino

A quanto pare dovrò sbrigarmi a comprarlo, se voglio portare il mio bimbo a fare un giro. Le leggi illiberali sono normalmente bipartisan, e questa non fa eccezione, ma quando oltre che bipartisan sono anche idiote, c'è una buona probabilità che nascano dalle parti di Forza Italia.

PS Il senatore Romano Comincioli, primo firmatario della proposta per vietare il trasporto di bimbi in motorino, compare anche come cofirmatario delle seguenti pdl, tra le altre: "Istituzione del Garante per l'infanzia e l'adoloscenza", "Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sullo sport del calcio professionistico", "Modifica dell' articolo 59 della Costituzione, in materia di esercizio del diritto di voto da parte dei senatori a vita ", "Inno della Repubblica italiana". Per carità di patria non vado a vedere cosa aveva combinato nella legislatura precedente quando, e questo contribuisce a spiegare molte cose, era in maggioranza.



30 giugno 2007

L'era del petrolio

Da Il Foglio, 30 giugno 2007

Raccontare la storia del mondo attraverso il petrolio: è l’ambiziosa scommessa di Leonardo Maugeri, direttore Strategie e sviluppo dell’Eni. Nel suo “L’era del petrolio. Mitologia, storia e futuro della più controversa risorsa del mondo”, comparso per la prima volta in edizione americana per i tipi di Praeger l’anno scorso, egli dimostra come sia stato l’oro nero ad alimentare lo straordinario sviluppo dell’ultimo secolo. L’autore fa vedere, anzitutto, che la ciclicità delle quotazioni del barile dipende da un andamento che si ripete nel tempo: quando i prezzi sono bassi, le imprese investono poco, e ciò riduce l’eccesso di offe4rta fino a determinare una fase di scarsità quando la domanda cresce. Ciò “non ha nulla a che fare con la scarsità fisica del petrolio, piuttosto con la prudenza finanziaria [delle compagnie] e con l’impossibilità di accedere alle riserve più vaste del mondo”, gelosamente custodite dai paesi produttori. Infatti, “pochi rammentano che le riserve virtualmente accessibili alle compagnie internazionali sono meno del 25 per cento del totale... Dagli anni Ottanta, i gruppi petroliferi privati ne controllano non più dell’8 per cento. Al tempo stesso, le nuove frontiere dell’esplorazione e dello sviluppo petrolifero rappresentano una sfida ambientale e tecnologica, e soprattutto costano”. Il che è evidentemente un problema quando i margini delle imprese sono ridotti: per questo il rincaro a cui si è assistito a partire dal cambio di millennio è figlio legittimo del “cheap oil” del decennio precedente. Naturalmente, la carenza di investimenti non determina di per sé la crisi, semplicemente fa sì che una serie di coincidenze sfortunate – magari singolarmente prevedibili – possa innescare una rapida involuzione. Così, negli anni precedenti alla più recente impennata dei prezzi è successo di tutto: la rapida crescita della domanda cinese, indiana e americana; i timori di nuovi attacchi terroristici, in particolare ai pozzi e alle altre infrastrutture, che vengono scontati nei prezzi; il collo di bottiglia nella fase della raffinazione, dovuto anche ma non solo all’inasprimento degli standard ambientali. Per Maugeri, “tutto questo ha spinto all’insù la domanda di greggi di elevata qualità, gonfiandone i prezzi rispetto a quelli degli oli pesanti e ad alto tenore di zolfo. Come risultato, mentre il Brent e il Wti scavalcavano la barriera dei sessanta dollari, circa il 50-60 per cento delle risorse disponibili restavano indietro”. In parte, grazie agli investimenti innescati dai grassi profitti e al rallentamento della domanda, molti di questi problemi sembrano essere, se non risolti, almeno tamponati. Eppure, la storia non finisce qui, e per quanto la comprensione del passato possa essere utile a diradare le nebbie, il futuro del petrolio è destinato a restare imperscrutabile.


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26 giugno 2007

Zoellick prova a risolvere due crisi, con l'incubo delle nomine

Da Il Foglio, 26 giugno 2007

Robert Zoellick è il nuovo capo della Banca Mondiale. I ventiquattro membri del board hanno approvato ieri il suo nome, proposto dal presidente americano George W. Bush senza che siano state avanzate candidatura alternative. Il compito di Zoellick non è semplice: egli dovrà, al tempo stesso, risolvere la crisi interna alla Banca – resa acuta dal suo predecessore Paul Wolfowitz, costretto ad abbandonare per aver aumentato lo stipendio a una dipendente con cui era sentimentalmente coinvolto – e quella esterna, di credibilità, che ha a che fare con gli insuccessi nella lotta alla povertà.

Che Zoellick possa essere l’uomo giusto lo dimostra l’assenza di contestazioni, se si escludono quelle di alcuni gruppi antiglobalizzazione che hanno criticato le sue posizioni a favore dei brevetti. Cinquantatre anni, Zoellick ha ricoperto vari incarichi di governo durante la seconda amministrazione Reagan e sotto il governo di Bush padre. Dopo la vittoria di Bill Clinton si è dedicato all’accademia e al mondo degli affari (in particolare nella veste di senior international advisor di Goldman Sachs), per tornare alla Casa Bianca nel 2001 come rappresentante per il Commercio. Da lì è stato il regista sia dell’adesione di Cina e Taiwan alla World Trade Organization, sia del lancio del Doha Round – il round negoziale sulla liberalizzazione degli scambi che oggi sembra giunto al collasso. Zoellick ha anche promosso la causa Wto contro la moratoria europea sugli organismi geneticamente modificati, per cui l’Ue è stata condannata. Dal 7 gennaio 2005 al 25 maggio 2006, Zoellick ha fatto il vicesegretario di Stato, concentrandosi soprattutto sui rapporti sino-americani ed essendo l’architetto del piano di pace per il Darfur. Infine, un anno fa ha rassegnato le dimissioni per divenire vicepresidente di Goldman Sachs, che naturalmente dovrà abbandonare per entrare alla Banca Mondiale.

Pur non essendo mai stato vicino a Wolfowitz e ai neoconservatori – ideologicamente, è un liberista reaganiano in economia e un realista in politica estera, della scuola di James Baker – Zoellick dovrà prestare particolare cautela al terreno minato delle nomine. Le sue prime dichiarazioni, formali e no, fanno non a caso riferimento all’esigenza di “moralizzare” la Banca. Quindi, è probabile che egli eviterà accuratamente collaboratori che abbiano avuto rapporti diretti con l’amministrazione Bush. Una proposta interessante è quella lanciata da Mark Davis dalle colonne della National Review: nominare l’economista peruviano Hernando De Soto capoeconomista. La tesi di De Soto è che, per svilupparsi, i paesi poveri debbano adottare istituzioni tali da far emergere tutte quelle proprietà e quegli scambi informali che avvengono quotidianamente. A causa di burocrazia e lungaggini amministrative, molte attività restano in una zona grigia economica, per cui non riescono a sprigionare il loro potenziale. Secondo i calcoli di De Soto, il “capitale morto” in asset formalmente privi di proprietario ammonta a quasi diecimila miliardi di dollari. Da qui la provocazione di privatizzare le favelas, parzialmente raccolta dal presidente brasiliano Lula.

Con o senza De Soto, Zoellick dovrà – e vuole – prendere di petto la questione della povertà. Per esempio, fino a dove proseguirà la battaglia di Wolfowitz contro la corruzione dei governi dei paesi poveri? Wolfowitz aveva fatto di questo il punto caratterizzante della sua presidenza, arrivando a tagliare i finanziamenti ai governi corrotti, una decisione che aveva destato vocianti proteste interne. Zoellick dovrà anche dare un nuovo senso all’azione della Banca, in un momento in cui il capitale finanziario abbonda e si riversa anche nei paesi meno sviluppati, se solo compaiono delle opportunità: quindi l’impatto dei prestiti della Banca Mondiale risulta meno visibile. Analogamente, dovrà decidere se concentrare le attività dell’istituto sui paesi a bassissimo reddito – come quelli africani – o mantenere aperte le linee di credito verso le economie emergenti, Cina in testa.


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20 giugno 2007

Carbone antirusso

Da Il Foglio, 20 giugno 2007

La Polonia privatizza il carbone per difendersi dall’invasione del gas russo. Il governo di Varsavia ha approvato un provvedimento che consentirà alle imprese minerarie pubbliche, che finora hanno operato in condizioni di monopolio, di quotarsi in borsa, con la possibilità per investitori stranieri di entrare nel capitale azionario. La mossa risponde all’esigenza di raccogliere le risorse necessarie ad affrontare gli investimenti (in tecnologia, ma non solo) che sono indispensabili per recuperare efficienza in un’attività strategica per il paese.

Con una produzione di 94 milioni di tonnellate nel 2006, la Polonia è il maggior produttore europeo di carbone. Il carbone soddisfa quasi il 60 per cento del suo consumo energetico primario (contro il 23 per cento del petrolio e il 13 per cento del gas), e addirittura il 90 per cento della generazione elettrica. Nonostante l’abbondanza di questa fonte – economica ma inquinante senza le nuove tecnologie – il paese soffre ancora dello shock post-comunista: il crollo produttivo (dal picco di 120 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio di fine anni Ottanta) si è arrestato solo di recente sulle ali della ripresa economica (7,4 per cento nel primo quadrimestre 2007).

Allo sviluppo, però, non basta il carbone: serve un settore energetico efficiente, e la Polonia non ce l’ha. Le riforme finora adottate, pur necessarie, non sono state sufficienti. L’alleanza tra l’industria (statale) e i sindacati del carbone ha impedito l’afflusso di soggetti privati nel settore. Non ha frenato una seria razionalizzazione: secondo il ministero dell’Economia polacco, il numero di lavoratori è sceso, nel giro di un decennio, da 430 mila a 118 mila. In pratica, il governo ha gradualmente eliminato le operazioni meno economiche e a più alta intensità di capitale, e chiuso le miniere meno produttive. La politica di tagli ha contribuito a far quadrare i conti, ma non ha favorito l’ammodernamento. Secondo Krzysztof Tchorzewski, viceministro dell’Economia con delega all’Industria, l’industria del carbone ha bisogno di investimenti per oltre 7 miliardi di euro. Ecco perchè privatizzare i colossi pubblici non basta: occorre anche aprire il settore alla concorrenza. Il primo passo sarà dunque l’avvio di joint venture con imprese straniere. L’interesse non manca: il gruppo olandese New World Resources, per esempio, è in trattativa con la compagnia pubblica polacca Jastrzebska Spolka Weglowa per lo sfruttamento di una miniera sul confine con la Repubblica Ceca, dove Nwr è già attiva.

La riforma del carbone avrà impatti significativi su almeno due piani. In primo luogo, l’economia polacca è relativamente integrata con quelle di altri paesi centreuropei, quali Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, anch’essi fortemente dipendenti dal carbone e riluttanti ad accrescere la loro dipendenza da Gazprom. L’efficientamento del settore carbonifero polacco è, in questo senso, essenziale. Secondariamente, dal carbone dipendono altri settori chiave dell’economia polacca, come quello siderurgico e soprattutto quello elettrico, anch’esso bisognoso di investimenti. L’invecchiamento delle centrali a carbone e l’imposizione degli standard ambientali europei crea un serio problema di ricambio degli impianti, a fronte di una domanda crescente. Una soluzione potrebbe essere quella di puntare sulla riconversione a gas, ma gli attriti, storici e politici, tra Mosca e Varsavia non sono facilmente superabili. Così, l’unica opzione pare essere quella dell’apertura agli investimenti esteri: compagnie come le tedesche Vattenfall e Rwe e la ceca Cez sono in movimento, e secondo alcuni osservatori l’Enel non starebbe a guardare, nel momento in cui si aprissero degli spiragli.

C’è, infine, l’incognita climatica. Nel breve termine non è un problema. L’arrivo di capitali freschi e tecnologie moderne, come il clean coal, può contribuire a contenere le emissioni: ma nel lungo termine, una pronunciata dipendenza dal carbone potrebbe farle aumentare, tanto più che anche il resto d’Europa potrebbe avvantaggiarsi degli aumenti della produzione. La Polonia è oggi al riparo dal rischio di infrangere i parametri di Kyoto: le emissioni polacche sono del 32 per cento inferiori ai livelli del 1990. La ragione è il brusco crollo produttivo seguito a quello del comunismo: da alcuni anni, però, anche in Polonia le emissioni hanno ripreso a crescere, trainate dalla crescita economica. La domanda, a Varsavia, è se sia più importante salvare il mondo dal riscaldamento nel 2100 o la Polonia dalla Russia nel prossimo quinquennio. I polacchi sembrano avere pochi dubbi.


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Libertà è dovunque vive un uomo che si sente libero
. Libertà significa coscienza della propria personalità e dei propri doveri: ciò non può piacere al vile che ha il terrore d’assumersi delle responsabilità e di agire in modo consono alla propria personalità. Libertà significa lotta, fede, sacrifici, fatica, studio, lavoro illuminato dall’intelligenza e da un fine: ciò non può piacere all’inetto. Libertà significa rispetto di sé, degli altri e delle leggi basilari che regolano il vivere secondo Dio e secondo la civiltà. Ciò non può piacere al vile che desidera soltanto sottrarsi al dominio della sua coscienza personale per adeguarsi alla coscienza collettiva. Amerai il prossimo tuo come te stesso: se questa è la regola, è dovere di ognuno amare se stesso. Non si deve disprezzare il dono meraviglioso che Dio ci ha dato: Egli ci ha dato una personalità e una coscienza alle quali non dovremo rinunciare. Sul letto di morte, ci troveremo soli a rispondere a Dio delle nostre azioni.